“Suonare con l’anima”: il sogno di ogni musicista!

Ma possiamo realizzarlo, seguendo un itinerario adeguato. Consideriamo questi tre livelli di performanc

esecuzione;
interpretazione;
rivelazione.

Il primo livello è rappresentato dall’esecuzione. Per arrivarci, occorrono quelle abilità che fanno del musicista un “virtuoso”, capace di esprimere al massimo grado tutte le possibilità del proprio strumento.
Ascoltare un virtuoso in concerto si prova un senso di meraviglia, si resta, come si usa dire, “a bocca aperta”. Siamo al livello dell’abilità tecnica, della fisicità, del meccanicismo strumentale. Non è da tutti raggiungere tali traguardi. Ma ciò, nell’arte, non basta. Il virtuoso meraviglia l’orecchio, ma non incanta l’animo. E’ il linguaggio, non ancora la comunicazione.

Arriviamo al secondo livello: analisi formale, intelligenza critica, riflessione estetica. Non più “esecuzione” ma interpretazione. Etimologicamente questa parola significa “mediazione”, nel senso di “collegamento tra una fonte e un destinatario”. Compito dell’interprete è quindi quello di rivelare il significato, non sempre esplicito, di un testo. E’ sicuramente un livello più elevato di conoscenza, perché contiene in sé le qualità del primo livello.

E qui, subito, una precisazione. Spesso si fa distinzione tra “interpreti” e “tecnici”. Una distinzione tutta fuori luogo. Se anche fosse vero che si può essere interpreti pur possedendo una tecnica solo sufficiente, sarà altrettanto vero che avere mezzi tecnici estremamente vasti può garantire ben altri traguardi interpretativi. La “tecnica” non consiste nell’eseguire raffiche di note a velocità vertiginose; questa, semmai, è “meccanica”, cioè un aspetto della tecnica. Per “tecnica” intendo il rapporto fisico concreto con il proprio strumento: conoscenza ed uso di tutta la struttura fisiologica, capacità di ottenere notevoli varietà timbriche e dinamiche, precisione estrema dell’articolazione… In altri termini, tutto ciò che concorre a far sì che lo strumento diventi una parte integrante di noi stessi, perfettamente armonizzata con il nostro corpo.
Una tecnica eccellente è presupposto indispensabile per l’interpretazione. Indispensabile ma non sufficiente, perché, come abbiamo già detto, occorre altro. Quanta pena si prova a vedere indicati, nei programmi dei concorsi, brani del repertorio prevalentemente virtuosistico, come se un Adagio di Mozart fosse più facile di uno Scherzo di Prokofiev o come se, ad eseguire l’Adagio, occorresse meno tecnica che a suonare lo Scherzo. Questione di punti di vista…
Qualche parola per l’interpretazione. La musica, per esistere, ha bisogno della “mediazione”. Il pittore fissa per sempre il suo pensiero sulla tela, lo scultore crea un manufatto e da questi il messaggio arriva direttamente al “fruitore”. Nella musica ciò non avviene. La musica non è il testo musicale: è la sua trasformazione in frequenze. Occorre dunque chi trasformi il segno grafico in materia sonora. Non è un linguaggio simbolico, è un linguaggio che “si manifesta e vive nel tempo”. Intermediari (interpreti) tra il segno e il suono sono perciò l’uomo e il suo strumento. Con la tecnica l’uomo conosce ed usa lo strumento; con l’interpretazione decodifica il pensiero artistico del compositore che è racchiuso nel segno. Per questo, occorrono altre facoltà, che si traducono principalmente nell’attività di analisi, ulteriormente distinta in analisi formale, armonica, estetica, stilistica.

L’individualità di ogni interprete rende così differenti le varie interpretazioni a tal punto che nessuno potrà mai dire “questa interpretazione è migliore di quella”. Non esistono “livelli” interpretativi;
esistono solo “varietà” interpretative. Ma allora, se tutte le interpretazioni sono legittime, quale, tra esse, è quella giusta, quale, cioè, corrisponde al pensiero del compositore? La soluzione al prolema non esiste perché… non esiste il problema. Il testo musicale è quello che è, macchie d’inchiostro su fogli pentagrammati, il compositore (il più delle volte) è morto da tempo, l’interprete vive la propria vita nel proprio tempo. Come è possibile dunque pensare che si possa esprimere il pensiero autentico di un compositore partendo da simili premesse? Sarà sufficiente scomporre il testo in incisi, semifrasi, frasi, periodi e poi ricomporlo? fare l’analisi armonica? e magari non saper cogliere la differenza tra lo spirito “sovietico” racchiuso in alcuni brani di Prokofiev da quello “russo” di Rachmaninov?
Anche qui, come si vede, occorre ben altro.

Giungiamo finalmente al terzo livello, quello della rivelazione. E’ qualcosa di più dell’interpretazione, perché coinvolge altre facoltà già presenti, in misura diversa, in ognuno di noi. Occorre solo prenderne coscienza e imparare ad usarle. Sono le facoltà della “razionalità fantastica”, dell’immaginazione, della capacità rivelatrice.
Come nelle varie tradizioni religiose esistono gli interpreti dei testi sacri e i profeti della verità, anche nel nostro caso troviamo interpreti e artisti/ri-creatori: sono gli interpreti per eccellenza, Toscanini, Callas, Rubinstein, Michelangeli, Rostropovic. Non esprimono solo abilità tecniche straordinarie (primo livello), non solo interpretazioni attente, intelligenti, stilisticamente valide (secondo livello), ma anche qualcosa di più: una forza persuasiva non solo a livello razionale, ma anche a livello emotivo. Ad ascoltarli si prova un brivido, il brivido dell’intuizione del vero. Il mondo non finisce al razionale.

L’amore è razionale? E allora perché non credere che si possa arrivare a suonare con l’anima? E’ una forma di intuizione e di conoscenza molto elevata, la sintesi tra animalità e spiritualità, tra memoria e senso della vita. I tre livelli vanno percorsi in maniera graduale ma non per questo successiva. Il percorso sarà “circolare”. Ci saranno sempre ritorni al primo livello, passaggio al secondo per poi arrivare al terzo e da questo di nuovo al primo. E così via, sempre, in maniera ciclica. Anche quando saremo ormai in grado di “rivelare” il testo musicale, troveremo sempre ulteriori spazi alla riflessione interpretativa, che, a sua volta, porrà problemi e proporrà soluzioni di natura tecnica, esecutiva. Questa è vita artistica, questo e “suonare con l’anima”.

Dicevamo all’inizio che tra un livello e l’altro ci sono itinerari di sviluppo. In questo libro, troverete il modo, gli esercizi concreti, per percorrerli con successo. Occorre lavoro, fiducia in se stessi, disponibilità a volersi evolvere. Il cammino non sarà breve, né facile. Ma sarà comunque entusiasmante perché consentirà di esprimere ciò che prima ritenevamo privilegio solo di pochi: la potenza del proprio talento, la voce dell’anima.


O. Zaralli

www.onoriozaralli.it | Scuola Flautistica Italiana | Youtube

Onorio Zaralli si diploma con il massimo dei voti in flauto presso il Conservatorio di Musica “S. Cecilia” di Roma, conseguendo successivamente il diploma “solista” al Royal College of Music di Londra. Premiato nei concorsi di Ancona, Stresa, Palmi e Città di Castello, matura esperienze orchestrali in seno all’Orchestra della Radiotelevisione di Bucarest, Orchestra Sinfonica di Sanremo, Orchestra Sinfonica dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia di Roma. Come solista, è attivo in Europa, USA, Messico, Korea, Australia. E’ autore di libri, studi e composizioni per flauto.