La performance del flautista

by Mirella Pantano

L’atto esecutivo nella performance musicale-strumentale costituisce l’argomento di questo mio nuovo articolo, questo perché mi sono resa conto, nei miei anni di insegnamento e professionali, che nel percorso dello studente esso è un aspetto ignorato, si lavora sulla tecnica, sull’interpretazione, su tutto ciò che concerne la musica, ma non su come si suona in pubblico e soprattutto sono ignorate tutte quelle dinamiche, che si innescano nell’atto performativo, quando l’esecutore adegua le sue capacità di attenzione e concentrazione all’emotività mentale e fisica. Il saggio, l’esame ed il concerto sono i momenti di svolta di tutto un percorso di crescita e maturazione per il musicista, le problematiche della performance in pubblico possono essere superate utilizzando alcune tecniche di preparazione in fase di studio.

La magia dietro ogni performance eccezionale si trova sempre nei minimi dettagli.

Gary Ryan

L’esecuzione è il risultato di un’interazione tra un   pensiero (ciò che si vuole ottenere) il sistema gestuale e la reazione emotiva. L’interprete deve studiarsi per poter poi fare degli aggiustamenti sulla propria componente espressiva, scegliendo come, quando ed in che modo controllare la propria prestazione.

E’ importante durante il percorso formativo avere tante esperienze di esecuzioni in pubblico al fine di rilevare, dopo ogni performance, tutti i dettagli dell’esecuzione riguardo alla qualità del suono, alla relazione con il proprio strumento, alla postura, al respiro, agli appoggi, ai comportamenti di auto-valutazione musicale estemporanei, all’empatia, alla presenza scenica, ovvio che uno studio di questo tipo porta ad un miglioramento globale della qualità musicale nella performance. Complessivamente, dopo una auto-osservazione anche di video e riprese audio, cambia il modo di porsi davanti al pubblico, la qualità del suono nell’attacco, nel vibrato, nel fraseggio, il suono diventa più morbido, brillante, pastoso, pulito, energico, naturale, con più ampie escursioni dinamiche.

La relazione con il proprio strumento più simbiotica, la postura ed il tono muscolare risulta più stabile, comoda, sicura, il rapporto del musicista con lo spazio più rilassato, il musicista arriva ad essere concentrato sull’ascolto di sé più che a ciò che ha intorno, i movimenti sono controllati e anche in circostanza di piccole imperfezioni, mantiene un livello di concentrazione per tutta la durata dell’interpretazione.

Si tratta quindi, secondo il mio punto di vista, di ripensare una didattica strumentale che valorizzi e approfondisca l’aspetto della performance pubblica, perché spesso musicisti di talento in occasione di concerti pubblici non riescono a dare il proprio massimo, condizionati dalle aspettative personali e dalla resa pubblica del concerto. Non riescono ad esprimere a pieno la propria musicalità individuale, bilanciando sé stessi in relazione alla situazione reale, nella ricerca di un equilibrio tra essere concentrati su se stessi ma   nel contempo fuori da sé stessi, insomma ……….con un orecchio senti te stesso e con l’altro ascolti il mondo intorno a te.

Per una performance efficace ed efficiente c’è bisogno di una metodologia pratica e concreta per la crescita e lo sviluppo di capacità e abilità personali e professionali, il risultato di una buona performance dipende anche dalle interferenze, che disturbano l’espressione del nostro potenziale. Interferenze interiori che sono nella nostra mente, per cui tutto dipende da noi e solo modificando l’atteggiamento mentale e il modo di rapportarci all’obiettivo possiamo ottenere performance e risultati più rilevanti, quelle esterne che non sono sotto il nostro controllo, dipendono dall’ambiente circostante.

Nonostante ciò è possibile influenzarle positivamente modificando il nostro modo di reagire ad esse. Qui entrano in gioco l’autoefficacia, che riguarda le capacità e le competenze della persona e l’autostima, i valori e l’identità della persona, essi via via con l’esperienza pratica, di cui parlavamo prima, aumentano in maniera esponenziale così da raggiungere il giusto equilibrio motivazionale. Lo studio porta lo studente in una condizione di grande coscienza di sé e del proprio sentire. I concerti sono quei “momenti magici” in cui ci sentiamo tutt’uno con il nostro strumento, in cui verifichiamo il lavoro svolto e riusciamo ad esprimere le nostre personalissime idee musicali, quando tutto funziona perfettamente. Sappiamo però che non sempre si ritrova quella combinazione, e ci accorgiamo che essa è il risultato di uno stato di concentrazione perfetta, e di uno stato di consapevolezza, di piena coscienza, il tutto produce una coerenza tra musicista e pubblico. In altri termini, lo strumentista prende coscienza   del momento sinergico e agisce in questa direzione abbandonando gli schemi abituali, i protocolli standardizzati e lasciandosi guidare dall’atto artistico in un continuo   bilanciamento psico-fisico.

La capacità di rapportarsi con la performance è una capacità che va stimolata fin dall’inizio degli studi musicali per farlo entra in campo la relazione empatica. Nella pratica dell’insegnamento c’è, infatti, un interfacciarsi continuo tra docente e studente, entrambi i protagonisti della relazione, vivono costantemente uno stato emotivo in continuo ricambio scambio e sono coinvolti in un processo di trasformazione, non a caso un mio grande insegnante sosteneva che lo studente impara dal maestro, ma il maestro impara dallo studente. Lo studio della qualità delle performance in tutti i suoi momenti mostra dei miglioramenti finalizzati anche ad ottenere uno stato di benessere generalizzato, di maggior presenza, di sicurezza a livello fisico ed individuale. Il docente porta il proprio alunno ad avere più strumenti di controllo delle abilità sboccandolo per riuscire ad utilizzare abilità fisiche e di pensiero che egli non pensava di possedere. Si concretizza un ritorno dell’individuo a sé, realizzando un contatto intimo e profondo senza per questo chiudersi all’esterno.

Tutto ciò rende possibile lo stabilirsi di uno stato di presenza alla situazione reale, ed allo stesso tempo pronto all’incontro con gli altri. Parliamo ora di uno dei problemi che si presentano cioè l’ansia della performance ossia la paura della prestazione davanti ad un pubblico. La capacità di esibire la propria arte per il proprio e altrui piacere è infatti di primaria importanza nella carriera di un flautista, ed i blocchi a cui può andare incontro. La presenza del pubblico spesso aumenta il livello di attivazione ansiosa, il concerto, comunque, decreta il successo o il fallimento e questo innesca la paura, l’attenzione alle reazioni del pubblico costituisce una fonte di distrazione che contribuisce alla costruzione della reazione ansiosa (osservare o preoccuparsi del pubblico porta direttamente a sbagliare, cosa che naturalmente non fa che…aumentare l’ansia! Spesso la performance nei musicisti peggiora se ci si distrae e si sposta l’attenzione verso aspetti irrilevanti alla prestazione stessa, cioè la paura di dimenticare delle note se si suona a memoria, la paura di non essere in grado di suonare un passaggio difficile, oppure la paura dell’errore in pubblico, con relativa vergogna.

Molti brani vengono appresi per progressive acquisizioni di automatismi, inizialmente essere consapevoli del processo tecnico è fondamentale al processo di apprendimento, successivamente invece si instaura una memoria “spontanea” e procedurale di tali automatismi che è estremamente pericolosa. Questi ultimi   funzionano al meglio   se ne viene rispettato l’automatismo, ma nel momento in cui si cerca di controllare volontariamente l’esecuzione si perde. In questi casi, al contrario del meccanismo della distrazione, sembra sia l’attenzione a ostacolare la prestazione. Sembra infatti che la conoscenza cosciente, sia fondamentale nelle prime fasi di apprendimento di un’abilità; essa diventa invece ‘di troppo’ una volta raggiunto un alto livello di esperienza. 

 Una performance comporta anche, da non trascurare, l’assunzione di una postura specifica per diverso tempo. Molto spesso queste posture provocano sbilanciamenti inconsapevoli del corpo creando disarmonie tali da alterare un corretto equilibrio fisico e di conseguenza la resa musicale. Chi suona, sa bene come tali alterazioni influenzano il rendimento performativo oltre a procurare disagi di diversa natura e gravità. Bisogna ottimizzare tutte le componenti, che agiscono nella performance quindi anche la giusta postura, con il miglioramento della qualità del suono, della relazione con il proprio strumento e dell’attenzione da una tenuta costante durante la performance. 

il corpo umano è il tred union tra idea musicale e la sua realizzazione fisica, e manifesta attraverso i gesti fisici. il modo in cui il corpo si proietta nello spazio e nel tempo, comunica le proprie idee ad altri musicisti e fattori esterni. La motricità corporea dei musicisti nel corso di una performance, indica che i gesti fisici sono parte del processo, oltre ad essere necessari alla produzione del suono, e sono pertanto denominati gesti strumentali, ma alcuni movimenti non sono eseguiti con finalità sonore. Questi gesti, chiamati gesti ausiliari   esprimono le intenzioni espressive e contribuiscono a chiarificare proprietà strutturali della musica, come il fraseggio o le tensioni energetiche, e, simultaneamente o consecutivamente, comunicano sentimenti e sensazioni specie nei gruppi da camera. 

Ti permette di raggiungere uno stato di coscienza in cui un individuo è così coinvolto nella attività che sta eseguendo da raggiungere livelli altissimi di soddisfazione emotiva e performance, condizione per cui il musicista sul palco, ma anche nella vita, perde la nozione di tutto quello che lo circonda e annulla ogni fattore di distrazione, a favore della massima concentrazione mentale ed espressione emotiva, passando da una situazione di impasse ad una posizione desiderata di consapevolezza del proprio potenziale. 

Per migliorare le performance musicali occorre: 

  • Incrementare l’autostima,
  • Gestire ansia e stress,
  • Raggiungere lo stato massima concentrazione mentale e massima espressione emotiva,
  • Generare motivazione costante,
  • Potenziare la psiche del musicista,
  • Raggiungere il miglior stato psicologico,
  • Lavorare sulla presenza scenica e sull’empatia.

Per incrementare l’autostima, gestire l’ansia da palcoscenico, avere la giusta concentrazione, avere   la sicurezza psicologica, occorre come dicevo fare tanta esperienza e porsi obiettivi sempre più alti, via via che quelli più semplici si superano, quindi eseguire concerti con brani di giusto livello fase per fase, primo passo per la buona riuscita dell’esecuzione dal vivo è la scelta del brano giusto.
Il brano scelto deve essere di un giusto grado tecnico e ben acquisito, cioè le difficoltà tecniche del brano devono essere assimilate e fatte proprie al fine di non creare inutili ansie, dobbiamo sentirlo musicalmente nostro, e che ci piaccia. E’ certo che suonare in pubblico un brano con difficoltà tecniche superiori alle nostre capacità comporta maggiori rischi.

La preparazione rende l’esecuzione più sicura e se durante l’esecuzione dal vivo la tensione può portare a commettere errori, sarà più facile non perdere il controllo. Personalmente studio in maniera maniacale per raggiungere la tranquillità morale, se così si può dire, accettando tuttavia che, non essendo noi delle macchine, ed eseguendo musica VIVA   come la chiamano i miei amici musicisti, ci possano essere piccole sbavature che mi perdonerò.

Non abbassare le tue aspettative per rendere soddisfacenti le tue performance. Aumenta il livello delle tue performance per soddisfare le tue aspettative.

Ralph Marston

Per cercare di contrastare questo modo di approcciarsi al lavoro si possono adottare una serie di strategie mirate. Tra queste c’è l’individuazione di obiettivi raggiungibili, non porci difficoltà insormontabili, riconoscendo cosa possiamo fare bene e cosa no. I piccoli successi ottenuti con obiettivi meno ambiziosi possono essere valorizzati come input per affrontare sfide sempre più importanti e darci la spinta sicura e serena verso altri obiettivi. Secondo il mio punto di vista altro elemento da valorizzare sono gli errori: riconoscere un fallimento, analizzare le problematiche che si sono create, tecniche, artistiche, considerandole punti da cui ripartire per migliorare.

Il musicista spesso soffre di n u psicologico chiamato atelofobia, sarebbe in buona sostanza il desiderio maniacale di essere impeccabili, spiega   il disagio e l’incertezza di coloro che non riescono ad accettare di poter essere un gradino più in basso rispetto alla perfezione. 

I fattori ambientali ed educativi hanno un ruolo rilevante nel favorire l’insorgenza e il perdurare della paura dell’imperfezione e dell’errore, purtroppo gli studi accademici musicali come sanno tutti coloro che hanno studiato musica nei conservatori, valorizzano principalmente il conseguimento del massimo risultato, criticando duramente gli errori o i risultati non eccellenti, questo porta lo studente a credere di essere di valore solo se raggiunge traguardi brillanti”.

…le persone in grado di realizzare performance efficaci apprendono dai propri errori, ma non ne diventano ossessionati.

Robert Dilts

Mi piace a questo punto avendo sviscerato alcuni elementi della performance basilari, parlare su come affrontare un aspetto abbastanza trascurato nella musica classica. cioè l’importanza della   presenza scenica e dell’empatia in un musicista. Sappiamo bene che in un concerto è estremamente importante avere l’attenzione del pubblico, elemento fruitore del concerto, ma questa va conquistata. Bisogna salire sul palco con l’idea di regalare un momento speciale, non avere   troppa distanza emotiva con lui, si deve comunicare attraverso le parole, l’atteggiamento e in risposta il pubblico restituisce quello che gli arriva a livello emozionale, la presenza scenica è importantissima per cercare questo contatto. Per un flautista, avere un grande potere comunicativo, saper usare efficacemente i propri mezzi espressivi, catturare tutta l’attenzione e tenerla viva fino alla fine del concerto,  significa conquistare letteralmente il pubblico. Il concerto è un lavoro a due, il risultato è la sinergia tra esecutore e ascoltatore, uno scambio emotivo e simbiotico tra due livelli di forza emotiva. 

In un grande concerto la teatralità è necessaria perché trasforma la performance in qualcosa di più di un mero evento musicale: fa sì che diventi spettacolo.

Jim Morrison

Alcune persone hanno del talento naturale riguardo alla presenza scenica. ma essa può essere acquisita attraverso esercizi che sblocchino tutto quello che ci spaventi sul palco e che può compromettere la resa del concerto. La presenza scenica dovrebbe essere studiata parallelamente alla formazione musicale e in seguito, messa in pratica con l’esperienza sul palco il prima possibile. Bisogna cercare di dare l’immagine giusta, eseguire un buon concerto adatto alla propria personalità e comunicare al pubblico serenità e tranquillità, questo significa presenza scenica efficace. In un’epoca in cui l’immagine è tutto, anche nel campo della musica classica dobbiamo tenerne conto dell’immagine che, come impatto immediato, fa parte anch’essa del saper stare in scena sotto gli occhi di tutti e non va sottovalutata. Deve essere coerente con la personalità e lo stile, i movimenti del corpo e le espressioni del viso, durante l’esibizione, respirano con le emozioni del contenuto, della dinamica strumentale. E così che il nostro messaggio giunge al pubblico senza contraddizioni e senza apparire forzato e innaturale. Bisogna quindi prima raggiungere un buon equilibrio con il nostro corpo, lavorando sulle inibizioni e tutto ciò che blocca la propria espressività naturale. Il gesto o il movimento non sono altro che l’estensione spontanea della voce del nostro strumento e delle emozioni del brano che stiamo eseguendo, non a caso i musicisti si muovono molto mentre suonano. La vera conquista è riuscire a muoversi esattamente in modo inconscio e istintivo esprimendo a pieno la musica che si ha dentro, liberando corpo e mente da tutti gli archetipi che l’educazione e la società ci ha istillato.

Vi lascio con questo aneddoto simpatico.

 Quando il grande violoncellista e direttore d’orchestra spagnolo Pablo Casals compì 95 anni, un giovane giornalista gli chiese, “Signor Casals, lei ha 95 anni ed è il più grande violoncellista che sia mai esistito. Perché continua ad esercitarsi per sei ore al giorno?” Pablo Casals rispose, “Perché penso che sto facendo dei progressi”


Mirella Pantano

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Consegue la Laurea in flauto traverso, allieva di C. Tamponi e A. Pucello.
Svolge attività concertistica come solista, in orchestre sinfoniche, televisive, tra le quali “La corrida”, “Domenica In”, “Concerto di Natale 2009” e molte altre.
Svolge attività concertistica esibendosi come solista Parigi, Miami, Barcellona, Belgio, Valencia, in gruppi da camera, in duo pianistico con clavicembalo repertorio barocco e orchestre.
E’ docente di Masterclass flautistici con specifica in Flauto in do, basso. sol e ottavino.
Vince a soli 14 Anni il Primo premio assoluto al Concorso letterario di cui ê Presidente di giuria Libero de Libero, con premiazione in diretta su RAI DUE, da allora è autrice di innumerevoli favole musicali, per alcune delle quali “UN ALTRO CIELO” E “IL BOSCO PRODIGIOSO” sono state messe in scena, realizzando CD per uso didattico.

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